martedì 29 settembre 2009

Introducing Diane Olsen.

Alle dieci e cinque di una domenica mattina particolarmente afosa Diane Olsen si sveglia con la maglietta zuppa di sudore e socchiude gli occhi, con un espressione sul volto vagamente infastidita. Il sole le finisce dritto in faccia, passando come niente fosse attraverso la persiana bucata che copre in malo modo il lucernario sul soffitto. Si muore di caldo, pensa, e nel frattempo prova a far passare un po’ d’aria distendendo le braccia verso l’alto, muovendo il lenzuolo su e giù rapidamente. Poi allungando il collo osserva sotto al lenzuolo, il petto umido di sudore, le gambe lunghe e magre. Gli short del pigiama sono macchiati di cioccolato.

Imprecando tra sé e sé Diane si solleva a sedere, si trascina a fatica fino al bordo del materasso e incrocia le gambe sul letto, ripensando al sogno dalla quale si è appena svegliata. Sogghigna da sola, al ricordo di quel flusso appena distinto di immagini che le attraversano la mente. Aveva a che vedere con un bicchiere di limonata. Qualcuno mi inseguiva per rubare la mia limonata, io avevo paura ma mi sentivo immobilizzata e non riuscivo a scappare.

Con movimenti lentissimi, dettati dalla stanchezza e dal caldo, Diane allunga i piedi fino al pavimento. Il contatto delle dita con il marmo freddo è insieme doloroso e piacevole, le gambe sono scosse da un piccolo brivido che le arriva fino all’inguine. Con un movimento lungo e controllato, Diane tende i muscoli e si alza in piedi.

Lo specchio appeso proprio sopra la scrivania riflette in modo triste la sua immagine spossata. Mostra una ragazza troppo magra, i capelli scuri tagliati appena sotto le orecchie, la faccia scavata, un velo di trucco residuo intorno agli occhi, scuro e un po’ sfatto. Diane lancia un’occhiata sconsolata alla camera intorno a lei. In un angolo della stanza sono ammucchiati i vestiti sporchi degli ultimi tre giorni, sulla scrivania non c’è posto per posare neanche una tazzina da caffè e uno strato di polvere e sporco ricopre le riviste e i cd sparsi in giro sul pavimento. Che palle, pensa. Poi esce dalla stanza, trascinando i piedi nudi fuori dalla porta.Il parquet nel corridoio è invaso come sempre da una luce bianca ed accecante che allaga tutta la casa attraverso i grandi lucernari che spaccano il soffitto. Dalla porta di fronte alla camera proviene il rumore di una televisione accesa, un presentatore dalla voce melliflua proclama con una gioia finta ed esagerata il vincitore di un concorso a premi. Diane prosegue oltre, si muove lentamente sul parquet scricchiolante, evitando i listelli sconnessi per non fare troppo rumore.

Attaccato alla maniglia della porta successiva del corridoio c’è un cartello. “Se mancate il bersaglio, pulite per bene”. Diane entra e chiude a chiave la porta, si siede a fare pipì, con i gomiti appoggiati sulle ginocchia, la testa sorretta dalle mani. Come ogni mattina, anche oggi ha bisogno di pace, di silenzio e di concentrazione.

Dopo qualche minuto Diane si alza in piedi, scuote le gambe ancora un po’ intorpidite e raggiunge il lavandino. Osservandosi attraverso lo specchio rotondo fissato alla parete del bagno, si lava le mani e la faccia con un sapone al latte di jojoba. Sono piena di brufoli, pensa, guardandosi con un’espressione di disgusto. In quel momento un’ombra veloce attraversa il vetro opaco della porta del bagno, Diane la osserva con attenzione. Ecco il bastardo, pensa. Stamattina ha di nuovo pisciato sulla tavoletta, e l’altro ieri abbiamo litigato per lo stesso motivo.Questa storia deve finire una volta per tutte. Senza nemmeno asciugarsi la faccia Diane irrompe nel corridoio, pronta a manifestare tutto il suo disappunto. Il portone di casa è spalancato, e una ragazza completamente sconosciuta sta uscendo di casa.

“Ciao”, le dice Diane pochi secondi prima che la porta si chiuda. Più che un saluto, suona come una domanda.

La ragazza ferma il portone con la mano, lo riapre lentamente e si volta a guardare.

“Ciao”, risponde, con voce sicura. Stringe gli occhi, come a tentare di focalizzare meglio. “Chi sei?”, chiede.

Diane avanza appena qualche passo, senza smettere di osservare quella presenza inaspettata. È molto alta, ed ha un aspetto delicato, come di qualcuno che non possa sopravvivere a un’influenza di stagione. Sul suo viso spiccano due occhi azzurri come il ghiaccio. I capelli biondi e lisci le arrivano appena sotto le spalle, e

“Beh. Io vivo qui..”

Osservando meglio, Diane si accorge che un piccolo neo le sporge dalla guancia destra, proprio al centro dello zigomo.

“Giusto”, la ragazza annuisce. “Io sono un’amica di Suresh, ho dormito qui stanotte.”

Le due rimangono ancora qualche istante in silenzio, a squadrarsi l’un l’altra. Poi Diane le tende la mano, come a volersi presentare.

“Piacere, sono Diane Olsen. La sorella di Suresh.”

La ragazza scoppia in una grossa risata, e il neo si muove a ritmo del suo riso, si agita sulla guancia, come una nave trasportata da un’onda durante una tempesta. Ignorando la mano tesa, la ragazza le fa un gesto d’intesa con le spalle, scuote la testa con fare incredulo.

“Suresh è stato adottato”, le spiega Diane. È per questo che lui è nero ed io bianca, vorrebbe aggiungere, ma preferisce rimanere in silenzio.

Senza smettere di ridere, la ragazza si gira di nuovo verso il pianerottolo rivestito di moquette dell’appartamento.

“Piacere di conoscerti”, esclama, prima di chiudersi il portone alle spalle.

Diane rimane ferma ancora qualche momento, ripensa tra sé e sé a tutta la scena.

Poi si dirige in cucina. Ho bisogno di un caffè.

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