martedì 29 settembre 2009

La poltrona di tessuto rosso.

La sagrestia odora di legno e polvere, l’aria stantia è intrappolata dalle pareti prive di finestre. La poca luce, scura e tremolante, proviene soltanto da vecchi lampadari sul soffitto pieni di ragnatele e mosche morte. La signora Garnett cammina con andatura nervosa ed irrequieta nel lungo corridoio che separa l’entrata della chiesa dalle stanze private del parroco, i suoi tacchi bassi risuonano ad ogni passo, nel silenzio di quel tardo pomeriggio di fine settembre.

D’improvviso qualcosa sembra disturbare il suo cammino: da una porticina socchiusa di legno scuro proviene una voce maschile, sommessa ed appena distinguibile, filtrata dalle pareti spesse e dall’aria densa. La signora Garnett si ferma, rimane qualche secondo in ascolto. Abbassa lo sguardo sulla maniglia di ottone opaco ed osserva la sua immagine riflessa, un po’ sfocata ma sufficiente a controllare che il suo aspetto sia in regola. Con un brusco movimento delle mani sistema il pesante maglione grigio sul busto, poi stringe l’elastico che le sorregge la lunga gonna blu. Sbuffa, la signora Garnett. Spalanca la porta e pensa ai suoi capelli, dritti e difficili da pettinare.

L’uomo all’interno è seduto di spalle su una poltrona di tessuto rosso, e sta parlando da solo, con le gambe accavallate e il volto rivolto verso il muro vuoto sul fondo. La signora Garnett lancia un’occhiata rapida nel budio della stanza vuota, come a cercare qualcun altro. L’uomo seduto gira lentamente la poltrona verso la porta, smette di parlare e la fissa con aria interrogativa. Indica con la mano un piccolo auricolare nero che gli spunta dall’orecchio sinistro, poi annuisce con la testa, accenna un sorriso prima di tornare a parlare animatamente. La sua voce, bassa e distinta, stona con il gesticolare violento ed esasperato delle sue mani tozze.

La signora Garnett osserva nervosamente la stanza di fronte a lei. La camera è cubica, le pareti larghe appena abbastanza per ospitare una grossa crivania di mogano rosso appoggiata sul fondo. Dal soffitto, percorso da un lato all’altro da travi di legno grezzo, pende una lampadina dondolante, attaccata direttamente all’estremità di un filo elettrico; le ombre sulle pareti si muovono al ritmo delle oscillazioni del filo, come lugubri frange di una tenda grigia. Alcuni tomi dall’aspetto dimenticato sono posati ordinatamente su uno scaffale fissato al muro sinistro, la signora Garnett socchiude gli occhi, sforsandosi invano di leggere nel buio dondolante i titoli stampati sul bordo in caratteri oro o argento. Un moderno computer portatile è sistemato nel mezzo della scrivania. Sullo schermo acceso appaiono delle scritte colorate, danzanti sullo sfondo nero.

L’uomo si alza in piedi di scatto e toglie l’auricolare dall’orecchio, posandolo bruscamente sulla scrivania.

“Mi scusi, Padre”, dice allora la signora Garnett. La sua voce è incerta e balbettante, tradisce ansia e trepidazione.

Il prete solleva gli occhi verso la porta, le sorride affabilmente.

“Buonasera”, sussurra, con una voce calda e accomodante.

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