martedì 29 settembre 2009

Sulle religioni.

28 settembre 2009.

Oggi ho provato di nuovo l’esperimento della patata che accende la lampadina. Dev’esserci qualcosa di sbagliato nelle istruzioni. Appena torna papà gli chiedo spiegazioni. Da quando sono piccolo lui ripete continuamente che se una cosa ha una spiegazione fisica, allora funziona e basta. Un’altra cosa che dice sempre è che nella vita bisogna scegliere qualcosa in cui credere fermamente. Un punto di riferimento su cui fondare tutte le proprie convinzioni, altrimenti si rischia di perdersi in un mare di controsensi e assurdità. Nessuno può dirci in che modo trovare questo punto di riferimento, perché quella è una cosa che si può fare soltanto da soli, altrimenti si corre il rischio di affidare a qualcun altro il compito di fare la scelta più importante della propria vita. Per questo papà mi ha lasciato completamente libero di scegliere la mia strada. So che lui ha scelto la fisica, che è la sua unica religione, ma io devo fare le mie scelte personali. E le ho fatte. Anche quelle sbagliate.

Ad esempio quando avevo quattordici anni ho passato un periodo lungo più di tre mesi convinto di essere un buon cristiano. Sono andato a messa tutte le domeniche, mi sono confessato una domenica sì e una no, ed ho frequentato il catechismo per la prima comunione.

La catechista era una tipa grassottella, intelligente e molto simpatica. Si chiamava Laura. Il suo vero problema, però, era la bruttezza.

Laura aveva una faccia schiacciata e piena di lentiggini, il naso leggermente storto verso sinistra, e andava sempre in giro con i capelli sporchi e spettinati e un paio di orribili occhiali spessi dalla montatura marrone. Spesso faceva delle espressioni assurde con il viso, e io scoppiavo a ridere durante il catechismo. Non lo facevo con cattiveria, è che non riuscivo proprio a trattenermi.

Dopo qualche mese, per fortuna, mi sono stufato. Sono rimasto incastrato in tutta la storia del Dio che è uno, ma è anche tre, però due sono fatti di spirito e solo uno è fatto di carne, che non è carne, ma è pane e vino. Anche il serpente parlante non mi riusciva a convincere. Ricordo di aver chiesto all’insegnante di biologia se fosse possibile un serpente parlante, lei mi aveva risposto che in realtà non era possibile, ma che la Bibbia era piena di metafore interessanti, e non andava presa alla lettera. Il problema è che Laura invece ne era proprio convinta. Credeva nel serpente parlante.

Comunque per una cosa o per l’altra mi sono stufato. E questo è il motivo per cui ho deciso di lasciar perdere le religioni, e alla fine ho abbracciato l’ateismo agnostico, che vuol dire che non credo in Dio. Credo solo nella forza della ragione. Sono proprio figo.

Introducing Diane Olsen.

Alle dieci e cinque di una domenica mattina particolarmente afosa Diane Olsen si sveglia con la maglietta zuppa di sudore e socchiude gli occhi, con un espressione sul volto vagamente infastidita. Il sole le finisce dritto in faccia, passando come niente fosse attraverso la persiana bucata che copre in malo modo il lucernario sul soffitto. Si muore di caldo, pensa, e nel frattempo prova a far passare un po’ d’aria distendendo le braccia verso l’alto, muovendo il lenzuolo su e giù rapidamente. Poi allungando il collo osserva sotto al lenzuolo, il petto umido di sudore, le gambe lunghe e magre. Gli short del pigiama sono macchiati di cioccolato.

Imprecando tra sé e sé Diane si solleva a sedere, si trascina a fatica fino al bordo del materasso e incrocia le gambe sul letto, ripensando al sogno dalla quale si è appena svegliata. Sogghigna da sola, al ricordo di quel flusso appena distinto di immagini che le attraversano la mente. Aveva a che vedere con un bicchiere di limonata. Qualcuno mi inseguiva per rubare la mia limonata, io avevo paura ma mi sentivo immobilizzata e non riuscivo a scappare.

Con movimenti lentissimi, dettati dalla stanchezza e dal caldo, Diane allunga i piedi fino al pavimento. Il contatto delle dita con il marmo freddo è insieme doloroso e piacevole, le gambe sono scosse da un piccolo brivido che le arriva fino all’inguine. Con un movimento lungo e controllato, Diane tende i muscoli e si alza in piedi.

Lo specchio appeso proprio sopra la scrivania riflette in modo triste la sua immagine spossata. Mostra una ragazza troppo magra, i capelli scuri tagliati appena sotto le orecchie, la faccia scavata, un velo di trucco residuo intorno agli occhi, scuro e un po’ sfatto. Diane lancia un’occhiata sconsolata alla camera intorno a lei. In un angolo della stanza sono ammucchiati i vestiti sporchi degli ultimi tre giorni, sulla scrivania non c’è posto per posare neanche una tazzina da caffè e uno strato di polvere e sporco ricopre le riviste e i cd sparsi in giro sul pavimento. Che palle, pensa. Poi esce dalla stanza, trascinando i piedi nudi fuori dalla porta.Il parquet nel corridoio è invaso come sempre da una luce bianca ed accecante che allaga tutta la casa attraverso i grandi lucernari che spaccano il soffitto. Dalla porta di fronte alla camera proviene il rumore di una televisione accesa, un presentatore dalla voce melliflua proclama con una gioia finta ed esagerata il vincitore di un concorso a premi. Diane prosegue oltre, si muove lentamente sul parquet scricchiolante, evitando i listelli sconnessi per non fare troppo rumore.

Attaccato alla maniglia della porta successiva del corridoio c’è un cartello. “Se mancate il bersaglio, pulite per bene”. Diane entra e chiude a chiave la porta, si siede a fare pipì, con i gomiti appoggiati sulle ginocchia, la testa sorretta dalle mani. Come ogni mattina, anche oggi ha bisogno di pace, di silenzio e di concentrazione.

Dopo qualche minuto Diane si alza in piedi, scuote le gambe ancora un po’ intorpidite e raggiunge il lavandino. Osservandosi attraverso lo specchio rotondo fissato alla parete del bagno, si lava le mani e la faccia con un sapone al latte di jojoba. Sono piena di brufoli, pensa, guardandosi con un’espressione di disgusto. In quel momento un’ombra veloce attraversa il vetro opaco della porta del bagno, Diane la osserva con attenzione. Ecco il bastardo, pensa. Stamattina ha di nuovo pisciato sulla tavoletta, e l’altro ieri abbiamo litigato per lo stesso motivo.Questa storia deve finire una volta per tutte. Senza nemmeno asciugarsi la faccia Diane irrompe nel corridoio, pronta a manifestare tutto il suo disappunto. Il portone di casa è spalancato, e una ragazza completamente sconosciuta sta uscendo di casa.

“Ciao”, le dice Diane pochi secondi prima che la porta si chiuda. Più che un saluto, suona come una domanda.

La ragazza ferma il portone con la mano, lo riapre lentamente e si volta a guardare.

“Ciao”, risponde, con voce sicura. Stringe gli occhi, come a tentare di focalizzare meglio. “Chi sei?”, chiede.

Diane avanza appena qualche passo, senza smettere di osservare quella presenza inaspettata. È molto alta, ed ha un aspetto delicato, come di qualcuno che non possa sopravvivere a un’influenza di stagione. Sul suo viso spiccano due occhi azzurri come il ghiaccio. I capelli biondi e lisci le arrivano appena sotto le spalle, e

“Beh. Io vivo qui..”

Osservando meglio, Diane si accorge che un piccolo neo le sporge dalla guancia destra, proprio al centro dello zigomo.

“Giusto”, la ragazza annuisce. “Io sono un’amica di Suresh, ho dormito qui stanotte.”

Le due rimangono ancora qualche istante in silenzio, a squadrarsi l’un l’altra. Poi Diane le tende la mano, come a volersi presentare.

“Piacere, sono Diane Olsen. La sorella di Suresh.”

La ragazza scoppia in una grossa risata, e il neo si muove a ritmo del suo riso, si agita sulla guancia, come una nave trasportata da un’onda durante una tempesta. Ignorando la mano tesa, la ragazza le fa un gesto d’intesa con le spalle, scuote la testa con fare incredulo.

“Suresh è stato adottato”, le spiega Diane. È per questo che lui è nero ed io bianca, vorrebbe aggiungere, ma preferisce rimanere in silenzio.

Senza smettere di ridere, la ragazza si gira di nuovo verso il pianerottolo rivestito di moquette dell’appartamento.

“Piacere di conoscerti”, esclama, prima di chiudersi il portone alle spalle.

Diane rimane ferma ancora qualche momento, ripensa tra sé e sé a tutta la scena.

Poi si dirige in cucina. Ho bisogno di un caffè.

La poltrona di tessuto rosso.

La sagrestia odora di legno e polvere, l’aria stantia è intrappolata dalle pareti prive di finestre. La poca luce, scura e tremolante, proviene soltanto da vecchi lampadari sul soffitto pieni di ragnatele e mosche morte. La signora Garnett cammina con andatura nervosa ed irrequieta nel lungo corridoio che separa l’entrata della chiesa dalle stanze private del parroco, i suoi tacchi bassi risuonano ad ogni passo, nel silenzio di quel tardo pomeriggio di fine settembre.

D’improvviso qualcosa sembra disturbare il suo cammino: da una porticina socchiusa di legno scuro proviene una voce maschile, sommessa ed appena distinguibile, filtrata dalle pareti spesse e dall’aria densa. La signora Garnett si ferma, rimane qualche secondo in ascolto. Abbassa lo sguardo sulla maniglia di ottone opaco ed osserva la sua immagine riflessa, un po’ sfocata ma sufficiente a controllare che il suo aspetto sia in regola. Con un brusco movimento delle mani sistema il pesante maglione grigio sul busto, poi stringe l’elastico che le sorregge la lunga gonna blu. Sbuffa, la signora Garnett. Spalanca la porta e pensa ai suoi capelli, dritti e difficili da pettinare.

L’uomo all’interno è seduto di spalle su una poltrona di tessuto rosso, e sta parlando da solo, con le gambe accavallate e il volto rivolto verso il muro vuoto sul fondo. La signora Garnett lancia un’occhiata rapida nel budio della stanza vuota, come a cercare qualcun altro. L’uomo seduto gira lentamente la poltrona verso la porta, smette di parlare e la fissa con aria interrogativa. Indica con la mano un piccolo auricolare nero che gli spunta dall’orecchio sinistro, poi annuisce con la testa, accenna un sorriso prima di tornare a parlare animatamente. La sua voce, bassa e distinta, stona con il gesticolare violento ed esasperato delle sue mani tozze.

La signora Garnett osserva nervosamente la stanza di fronte a lei. La camera è cubica, le pareti larghe appena abbastanza per ospitare una grossa crivania di mogano rosso appoggiata sul fondo. Dal soffitto, percorso da un lato all’altro da travi di legno grezzo, pende una lampadina dondolante, attaccata direttamente all’estremità di un filo elettrico; le ombre sulle pareti si muovono al ritmo delle oscillazioni del filo, come lugubri frange di una tenda grigia. Alcuni tomi dall’aspetto dimenticato sono posati ordinatamente su uno scaffale fissato al muro sinistro, la signora Garnett socchiude gli occhi, sforsandosi invano di leggere nel buio dondolante i titoli stampati sul bordo in caratteri oro o argento. Un moderno computer portatile è sistemato nel mezzo della scrivania. Sullo schermo acceso appaiono delle scritte colorate, danzanti sullo sfondo nero.

L’uomo si alza in piedi di scatto e toglie l’auricolare dall’orecchio, posandolo bruscamente sulla scrivania.

“Mi scusi, Padre”, dice allora la signora Garnett. La sua voce è incerta e balbettante, tradisce ansia e trepidazione.

Il prete solleva gli occhi verso la porta, le sorride affabilmente.

“Buonasera”, sussurra, con una voce calda e accomodante.

domenica 27 settembre 2009

Statement.

10 settembre 2009

Sono un adulto.

Chiaro?