C’è un treno in corsa verso nord, tra i vigneti e i casolari della bassa Toscana. Scompare e appare a tratti, ingoiato nel buio dalle frequenti gallerie e risputato subito dopo, tra le colline gentili e preziose di Montepulciano, come un boccone troppo grosso. Si muove audace il treno in corsa, cantando al cielo terso e senza nuvole il suo fracasso di giunture.
L’aria fredda di settembre si riversa sullo scheletro delle carrozze tutte uguali, scorre liscia sulla vernice spenta dal sole, accarezza i colori vivaci dei graffiti clandestini spruzzati da qualcuno, chissà dove. Il vento si infila nei mantici tra un vagone e l’altro, passa indisturbato sui vetri opachi dei finestrini sorridendo ai passeggeri poco attenti. C’è una giovane madre nella carrozza 3, con la figlia addormentata sulle gambe, un pacchetto di patatine aperto posato sul sedile accanto; due studenti dividono uno scompartimento di seconda classe nella carrozza 9 in fondo al treno, si guardano appena, seduti uno di fronte all’altro con i cellulari nelle orecchie, parlano entrambi, ma non tra di loro. Un uomo elegante con un completo gessato è in piedi nel corridoio della carrozza, piange con lunghi singhiozzi pieni di lacrime, sbatte tra loro i pugni tremanti sulla porta, si allenta la cravatta ormai umida di lacrime.
E potrebbe continuare così per sempre, il treno in corsa, le colline che diventano città, Firenze alle porte: l’aria in realtà immobile, ferita da quell’intruso gigante e ricomposta subito dopo il suo passaggio. Ma ad un tratto ecco che qualcosa si inserisce ad interrompere questo fenomeno cruento. Una mano si insinua nel vento, sporgono un braccio e una testa da un finestrino abbassato, carrozza 6, seconda classe, accanto al vagone ristorante. C’è una donna, i piedi nudi sul sedile, la spalla destra infilata nello spazio tra i due vetri. È una signora dall’aspetto trascurato e troppo trucco sul volto, gli occhi chiusi per resistere all’aria sferzante. I capelli lunghi sono raccolti in una coda che non ha bisogno di elastici. Le dita sono tese verso l’esterno, mosse a destra e a sinistra per salutare lontano. La donna sorride: vorrebbe urlare di gioia, vorrebbe gridare al mondo intero le ragioni della sua felicità. Ma purtroppo non ha voce per parlare, non l’ha mai avuta sin dalla nascita.
Ride, la donna muta, agitando la mano. La dondola nel vento di una città piena di storia.

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